L'arena di Verona sabato 02 giugno 2007 lettere pag. 46

In qualità di proprietario di un cane, nonché di rappresentante di un’associazione ambientalista, volevo intervenire in merito al problema dei bocconi avvelenati.
Confesso che ho letto con estremo interesse la pagina del 1° maggio 2007 dedicata a questo «flagello» che c’impedisce, da liberi cittadini, di circolare liberamente con i nostri animali, per non tacere dell’infame strage delle altre creature dei campi e dei boschi che conoscono morte orribile per mano vigliacca di questi ignoti e infami untori.
Sono però rimasto basito dalle affermazioni del tal Gasparotto, presidente dei cacciatori veneti (sic!), che asseriva che quello dei bocconi avvelenati è un problema «lieve» e che non tocca la nostra realtà veneta, oltre a tacciare di oltranzismo ambientalista e di «prevenzione nei confronti dei cacciatori» chi si occupa della questione, rifiutando quindi il pur minimo civile confronto o discussione in merito per trovare una soluzione condivisa e definitiva.
Affermare ciò è, a mio parere, assolutamente falso e volutamente fuorviante, con la chiara volontà di sottostimare il problema e nascondere la realtà.
Realtà che, purtroppo, è segnata da centinaia di casi all’anno in ogni provincia veneta, parlando dei soli casi denunciati, di cani e gatti avvelenati, senza contare i rapaci notturni e diurni, i piccoli predatori e tutti gli altri «caduti» che nessuno rinviene e restano vittime sconosciute dei bocconi.
I cacciatori, primi accusati, ritengono di essere delle vittime, e puntano il dito contro i proprietari terrieri, a loro dire responsabili dello spargimento dei bocconi per difendere i pollai (come se i pollai fossero così diffusi e i loro proprietari non fossero, in maggioranza, cacciatori).
La realtà è senz’altro più variegata, e sarebbe ingiusto voler puntare il dito solo contro i cacciatori o i tartufai ma, se c’è da cominciare a metter mano (e trovare una soluzione) al problema dei bocconi avvelenati, non si può non cominciare dal mondo della caccia. Invero, laddove le indagini sono state svolte in maniera coscienziosa e puntuale, i risultati non si sono fatti attendere (vedi regione Toscana) e le perquisizioni svolte hanno permesso di individuare principalmente fra cacciatori ed altri personaggi legati alla caccia (guardiacaccia, veterinari, etc.) i responsabili dello spargimento di bocconi sul territorio.
Certo, ci sono anche i pazzi e gli incoscienti, quelli che seminano le polpette nei giardini o lungo i centri abitati, come ci sono i ladri che bonificano i giardini prima di effettuare i loro raids, ma questi casi sono fisiologici e rappresentano un’eccezione, non certo la norma.
E la norma è che la maggior parte degli avvelenamenti avviene in periodo di caccia chiusa (ovvero quando i tanto amati segugi di Gasparotto devono stare al chiuso a riposo), in concomitanza con i ripopolamenti faunistici effettuati per fini venatori. In questo modo ci si libera di pericolosi «concorrenti» che possono predare le lepri e i fagiani da gabbia liberati sul territorio (lanciati - sic! - in gergo venatorio).
Pertanto, se si vuole fare veramente qualcosa, considerato che i cacciatori onesti sanno ma «omertosamente» tacciono, è necessario che il Pdl regionale in materia oltre a prevedere la bonifica dei territori ove i bocconi avvelenati vengono rinvenuti, provveda a vietare, per un congruo periodo, l’uso di cani per la caccia ed i ripopolamenti di selvaggina. Solo in questo modo si potrà debellare (come già successo in altri luoghi) il fenomeno.
Spero quindi che, per una volta almeno, i nostri politici regionali vogliano affrontare il problema per quello che è, senza preconcetti né veti incrociati, e salvaguardare, prima che ci scappi il morto «umano», la tranquillità di chi, con il proprio cane, vuole godere della natura.
Francesco Di Grazia

Delegato Regionale LIPU Veneto